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    Un giorno di ordinaria follia

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    Un giorno di ordinaria follia

    Attentati in Francia, ora in Germania, a seguire dove, chi vivrà, vedrà.

    Ma c’è un filo conduttore in questi episodi criminosi, ora avvolti in un apparente mistero, ora superficialmente chiari nei fatti: la prevedibilità nulla, il timore generalizzato per la perdita dell’incolumità, pervadente.

    In tal modo quanto viene detto da mesi da stampa e TV si avvera o è quantomeno attendibile, scarsamente confutabile e in ogni caso, anche per i più scettici: inquietante.

    Potrebbe accadere ovunque, al bar o in piazza, in treno o in spiaggia che un qualsiasi uomo, improvvisamente, brandisca un’arma e la usi con determinazione contro quei passanti ignari tra cui potremo essere.

    La situazione politica internazionale è logora e questo ci viene scarsamente comunicato dai media: gli USA di cui siamo sudditi, più che alleati, hanno preso di mira la Russia di Putin , per presunte mire d’espansione mondiale. La UE con il suo governo, che governa i governi d’Europa, ci dice che dobbiamo sanzionarla e noi perdiamo ogni giorno commesse e con essi quei denari che, stante la disastrosa situazione del debito pubblico, farebbero molto comodo ad un’economia resa asfittica dai provvedimenti fiscali varati dal governo di quel genio dell’economia di nome Monti, battuto alle elezioni, ma rimpiazzato con un chiacchierone da avanspettacolo, che a suon di decreti ne ha varato le leggi conseguenti.

    L’intellighentia nostrana tace, ma quando parla sembra un bambino che ripete quanto ha udito dire dai grandi: abbiamo bisogno di un tiranno, di un tiranno illuminato che nell’era della irrevocabile globalizzazione, dovuta al progresso della tecnica, sappia condurci oltre le sfide che ci sono poste innanzi.

    Peraltro, noi occidentali siamo la democrazia. In suo nome abbiamo promulgato leggi che sciolgono antichi tabù nei confronti di donne e soggetti diversi, che finalmente dopo secoli di buia emarginazione hanno trovato nella competizione per la carriera e nel potersi sposare, quella parità tanto agognata, testimone di una società democratica, civile e moderna.

    Non sono solo gli uomini della finanza, gli speculatori di borsa, i faccendieri d’ogni genere, gli advisor interessati dei governi ad esprimere concetti distanti anni luce dalle aspettative e soprattutto dalle reali necessità delle persone, ma anche i filosofi, gli storici e gli antropologi.

    Riuniti nelle conventicole del pensiero cooptato dalle multinazionali, esternano in saggi referenziali le loro illuminate riflessioni, tutte, guarda caso, finalizzate a soccorrere le iniziative dei politici che ci governano, in nome della necessità di prepararci alle nuove sfide che ci attendono e soprattutto ad aprirci a nuovi scenari di vita. A nuove sfide.

    Quali sfide?

    La realtà è sotto gli occhi di tutti. Le libertà si riducono giornalmente in tutti gli ambiti per asserite, onnipresenti, quanto ovvie, ragioni di sicurezza:

    stradale, salutistica, personale e quant’altro si possa addurre a questa sfera, mentre i rapporti interpersonali si assottigliano, divengono sfuggenti, funzionali esclusivamente al dogma lavoro, totalmente falsi nella loro cordialità affettata.

    I social network si sostituiscono alla comunicazione interpersonale, creando amicizie fittizie nelle quali lo sdoppiamento della personalità, produce ulteriore divisione in quanto resta delle relazioni durature, persino su quelle fondate su intese empatiche, costruite sull’amore ed affinate dalla condivisione degli eventi.

    Gli stig dominano il lessico: razzista, omofobo, terrorista, complottista. Nella loro sintesi qualificano qualsiasi superstite altruistica volontà di discussione, di approfondimento, di dibattito, dal quale far uscire un convincimento che armonizzi le visoni ed aiuti a comprendere e quindi a proseguire il cammino di una storia lunga millenni.

    Nell’era della telecomunicazione, è assente la comunicazione basica, quella primordiale, indispensabile agli uomini per convivere e crescere in pace.

    Sull’uomo è in corso un’evidente pressione ormai prossima al raggiungimento del proprio scopo: ottenerne per inettitudine e timore un docile salvacondotto, per gestirne totalmente l’esistenza.

    Ci sono forze al mondo, che ritengono di riuscire nell’impresa e che essa sia ora imprescindibile, pena la perdita del controllo di quelle masse che raggiunta la misura nella sopportazione in modelli di vita che non condividono, potrebbero ora trovare un orientamento diverso per la loro vita, nella proposta scaturente da Paesi in cui dio, patria e famiglia, non sono ancora stati sostituiti dalla finanza, dalla multiculturalità e dal transgender. Un’esistenza fondata sui valori naturalmente espressi dalla natura umana, affinati dalla migliore cultura costruita sull’esperienza tratta dalla necessità di evitare gli errori del passato, intesa ad utilizzare le risorse poste a disposizione dalla natura ed elaborate dall’intelletto umano per rendere la vita più semplice, serena e pacifica e soprattutto rispondente ai reali bisogni di ciascuno.

    Quale potere? Quale primato?

    Quelle forze che a tanto anelano, convinte di possedere già il controllo del mondo e di doverlo mantenere ad ogni costo, dovrebbero considerare che dispongono dell’autorità loro concessa dall’uso dei difetti e delle debolezze dei peggiori, dei mediocri, degli approfittatori, degli inetti, pagati con il denaro sottratto dal lavoro degli umili e dei migliori.

    Un’ inettocrazia è quella che oggi ci governa “per conto di” e siede ai posti di comando, ricevendo onori e prebende per i servizi resi ai loro padroni.

    Tuttavia, nonostante le limitazioni poste all’interrelazione reale, ragionevolezza e pazienza degli onesti e dei pacifici sono anch’esse giunte al capolinea. E’l’assenza di questa considerazione da parte delle forze che ad essi si contrappongono, in natura, prima che in una nazione, in un partito ed in un esercito, che si contrapporranno presto in un conflitto in cui più che la potenza delle armi, sarà la fermezza contro l’arroganza a determinarne l’esito.

     

    Mirco Cattani

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