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Domenica, 21 Febbraio 2016

Il generale Custer ha sepolto l’ascia di guerra

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Il generale Custer ha sepolto l’ascia di guerra

Dopo anni di tattica e molti mesi di preparativi, sembra che gli USA abbiano sepolto l’ascia di guerra, che intendevano brandire contro la Russia.

Sembra: ma la parte finale del mandato presidenziale del premio Nobel per la pace Obama, appare seriamente impegnata in questo sforzo.

La riunione del gruppo internazionale di sostegno alla Siria (GISS), svoltasi nei giorni scorsi a Monaco, sembra avviare una nuova fase nell’”affaire Siria”. A tale riguardo mister Jeffrey Feltman, numero due dell’ONU , consesso vocato alla pace più che alla guerra, membro del gruppo dei falchi americani, con John Mc Cain, David Petraeus, John Allen e Hillary Clinton, rappresentanti dei vari interessi economici mondiali, in primo luogo tra i quali quelli della Exxon Mobil, dei fondi d’investimento KKK e di alcuni stati tra cui Arabia Saudita, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Qatar, Israele e Germania, è stato rimosso dalle sue prerogative.

Questo appare come l’ultimo atto della politica di distensione e dei mutati scenari coloniali, protrattasi per tutta la presidenza Obama, che ha avuto nella promozione delle primavere arabe e nel rovesciamento di quei governi e di quello Ucraino, il punto di maggiore efficacia belligerante. Ma molte altre sono state le iniziative, sparse qua e là nel mondo, per attuare quella politica di supremazia coloniale, che prevede l’uso dei media e la fagocitazione di supposte opposizioni, per far prevalere la sovranità degli interessi economici dei grandi gruppi finanziari mondialisti.

Dopo il fallimento dei negoziati di Ginevra, a causa della mutata situazione sul campo di battaglia siriano, che costringe alla resa i mercenari di Daesh, la strategia politica USA, dopo la rimozione delle sanzioni all’Iran e la riabilitazione di Cuba, risulta avviata verso un nuovo periodo d’intesa con la Russia, lasciando con il cerino in mano Turchia e Arabia Saudita, asseritamente in procinto di effettuare l’invasione della Siria per ristabilirne la pace.

Proprio ieri Assad, l’odiatissimo Assad, unico superstite delle primavere arabe, ha però messo in guardia sia i beduini sauditi che i predoni turchi, affermando che posare il piede in armi sul suolo siriano equivarrebbe ad un’azione d’invasione del Paese, premesso che gli uni e gli altri sono tra i mandanti e i finanziatori dei terroristi di Daesh.

Questa ritrovata armonia di rapporti tra USA e Russia, che si concretizza con il riconoscimento della legittimità del potere di Assad, non può che rasserenare tutti coloro che nel mondo ed in Europa in particolare, avevano temuto, nei mesi scorsi, per l’apertura di un conflitto guerreggiato proprio nel vecchio continente a causa della crisi politica artatamente creata in Ucraina.

E’ evidente che “là dove si puote” delle cose del mondo, sono prevalse visioni di altra natura. Opinioni che, saggiamente, considerano la guerra possibile ove essa non inneschi reazioni prevedibili e nefaste per i superiori interessi. In tal modo ambizioni localizzate, come quelle Israeliane e francesi, restano per ora, almeno, mortificate.

Siamo molto lontani però da quella visione di sviluppo e benessere diffusi che è ostentatamente diffusa dai media nostrani; da quell’immagine di politica “dei giusti”, perché ispirata ai principi fondamentali delle carte costituzionali su cui si fondano le principali democrazie del mondo. La pace ed il benessere delle persone non sono affatto annoverate tra gli obiettivi prioritari dei governanti dei vari Paesi: sono opzioni. Possibilità, che si traducono in realtà, rendendo impraticabile il confronto diretto tra le più importanti nazioni componenti il blocco economico occidentale, solo per gli effetti negativi che potrebbero ricadere nel medio periodo sugli interessi dell’alta banca.

“C’est l’argent qui fait la guerre” è un vecchio adagio francese, prevalentemente sconosciuto però in Francia, che qualcuno ha attribuito, erroneamente a Napoleone I, forse per rimarcarne, negativamente, le iniziative belliche contro le principali corti europee del tempo. Ma Napoleone, che invase la Russia giungendo a Mosca, che combatté Austria e Prussia, portava con le sue armate lo spirito della rivoluzione francese, le leggi di liberazione degli individui dall’oppressione, che scaturivano dal pensiero dei lumi ed aveva come nemico, quale avversario principale, il regista della politica mondiale d’allora: l’Inghilterra, potenza mondiale, epicentro e snodo degli interessi commerciali del tempo.

Duecento anni dopo, apparentemente molto è mutato, ma la borsa più importante dove quotare un’azienda è quella di Londra. Quella signora con i bei capellini, la cui dinastia regna tutt’ora sul Paese e che occupa spesso con le vicende della progenie le pagine dei rotocalchi europei, perse le colonie, ha dato ricetto ad una sorta di corte allargata, dalla quale dipendono i voleri finanziari e con essi quelli politici del mondo.

Proprio oggi Stubb, poco noto ministro finlandese, in un’intervista ha esternato tutta la preoccupazione propria e del suo governo, per l’esito del referendum che il 23 giugno prossimo vedrà il pronunciamento del popolo inglese sulla permanenza nella UE. Dovremmo dare di più alla GB, perché rimanga in Europa!

Che cosa ha dato la GB all’Europa Unita?

Speriamo che negli inglesi sia rimasta traccia dell’atavico senso di supremazia imperiale e che questa volta

essa sia utile a liberaci più che da un inutile orpello, dall’eminenza grigia del potere mondiale. In tal modo forse, per un po’ di tempo ancora, cessata l’amministrazione Obama, l’ascia resterà sottoterra ad arrugginire.

 

Stefano Radi

 

 

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