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Intervista a Cristiano De Eccher, canditato Presidente per Fratelli D’Italia

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Incontriamo Cristiano De Eccher, candidato Presidente della Provincia Autonoma di Trento, alle prossime elezioni del 27 ottobre 2013, per il partito FRATELLI d’ITALIA.

Nato a Bolzano il 16 agosto del 1950, diplomato al Liceo Prati di Trento, ha conseguito la Laurea in Scienze Forestali presso l’ Università di  Padova.

Docente di Scienze all’Istituto tecnico industriale di Trento è stato Consigliere Comunale a Riva del Garda per tre mandati consecutivi. Nel 2003 è stato eletto Consigliere Provinciale nelle liste del  PDL.

Dal 2008, sino a marzo del 2013 è stato Senatore della Repubblica, rappresentando le istanze del Trentino   quale membro del Popolo delle Liberta.

Professor De Eccher, anche la nostra Provincia in questa legislatura ha vissuto appieno la crisi economica. La nuova Giunta, e che si insedierà’ dopo le elezioni dovrà iniziare con la crisi ancora presente. Quali gli interventi urgenti e/o programmatici per poterla superare ?

Sono, mio malgrado, convinto che la crisi non sia per nulla al termine. Che essa sia ancora pesantemente presente e che non ci siano segnali di ripresa. Non si vedono quei segnali, che non appartengono esclusivamente all’ambito economico e finanziario, ma incidono sul piano valoriale, comportamentale e sociale. Segnali, che potrebbero indicare una speranza, un’aspettativa.

Tutte le potenzialità a livello Nazionale e Provinciale sono state compresse, quindi, quando non si riescono a fare emergere e attualizzare, fino in fondo, le competenze migliori, non c’e alternativa né prospettiva possibile.

Dalla mia quinquennale esperienza parlamentare ho tratto alcune conclusioni:

obbiettivamente, ritengo che da quel mondo non ci si possa attendere molto. Il mio giudizio rispetto al “parlamentare medio” è molto negativo. Vi sono le eccellenze, ma costituiscono una minoranza e sono poco ascoltate. Volendo essere realista, nel fornire una risposta alla sua domanda, dobbiamo prima di tutto comprendere che l’esito della campagna elettorale, per quanto riguarda le forze di governo, è segnato.

Il ruolo al quale può ambire, chi si colloca in alternativa reale rispetto alla maggioranza che sortirà è un ruolo di controllo, di denuncia, di opposizione, ma sarà limitato. Questa funzione di opposizione può produrre dei risultati significativi, solo se le minoranze che la compongono, riescono ad attivare una forma di compattezza e di dignità operativa.

In passato abbiamo assistito ad una opposizione fittizia in quanto, gran parte della minoranza, ha attivato varie forme di compromesso. Ricordo che nella trascorsa legislatura provinciale, a fare opposizione eravamo veramente in pochi. Persino i capigruppo dei partiti che erano di fatto all’opposizione, cercavano assiduamente una soluzione di compromesso con il Presidente della Giunta, precludendosi in tal modo, la legittima e doverosa possibilità di esercitare quei diritti che la legge consentiva, per bloccare alcune leggi:  tanto per citarne alcune, la legge istituzionale che diede vita alle Comunità di Valle, la legge per la privatizzazione dell’ITEA.

In questo modo l’Autonomia viene compromessa su due fronti:

quella dell’immagine resa al di fuori del Trentino, in particolar modo presso le regioni limitrofe, evidenziando l’operato di una Provincia che dimostra di disporre di tali ingenti risorse finanziarie, da potersi permettere una gestione tutt’altro che parsimoniosa.

Allorché il Veneto o la Lombardia constatano che il nostro collegio di forma istituzionale, prevede al suo interno le Comunità di Valle, una realtà unica al mondo, pervasiva, controproducente, possono solo  pensare che il Trentino abbia così tante risorse economiche, da potersi permettere di creare un ente artificiale, che va a sovrapporsi agli enti veri che sono i Comuni. Per la Provincia di centrosinistra l’aspetto prevalente è il controllo del territorio.

Altro scoglio importante che si dovrà superare è costituito dall’informazione.

Oggi l’informazione in Trentino è saldamente affidata a tre quotidiani locali, tutti di centro sinistra, con giornalisti che sono in parte stipendiati dalla Provincia. In tal modo, allorché si renda utile denunciare determinate situazioni non sempre si riesce ad ottenere la visibilità necessaria, funzionale a coinvolgere i cittadini.

Vi è infine da sottolineare un’anomalia, a dir poco scandalosa, che costituisce una caratteristica di questa tornata elettorale:

-          il candidato presidente di centro sinistra Ugo Rossi, rappresenta la prosecuzione con soluzione di continuità,  delle forze di governo provinciale che si sono susseguite sino ad oggi;

-           Il candidato presidente di Centro destra Diego Mosna è stato sempre un attivo sostenitore di Lorenzo Dellai, rilasciando anche molteplici interviste a suo sostegno durante la campagna elettorale per le elezioni nazionali dello scorso febbraio;

-          Silvano Grisenti era un assessore “di peso” del governo Dellai e le sue vicende giudiziarie riguardavano cene dell’allora “Margherita” e non del centro destra;

-          spostandoci più a destra, troviamo l’altro candidato presidente Giacomo Bezzi (Forza Trentino), che è stato presidente del Consiglio Provinciale in quota al centro sinistra, dal 2003 al 2006, proseguendo come parlamentare durante il governo Prodi, sino al 2008.

Si può facilmente comprendere come non possano essere questi i soggetti politici, che potranno dare vita ad una opposizione costruttiva e significativa, ma saranno esclusivamente funzionali al raggiungimento di forme di collaborazione e sostegno alla maggioranza di governo di centro sinistra, perche quell’ambito costituisce la loro storia e radice.

De Eccher che prospettive vede per il Trentino nell’Europa?

Il Trentino deve collegarsi al contesto internazionale iniziando dalla scuola.

Dobbiamo favorire l’aggregazione delle imprese, mediante la creazione di consorzi perché le nostre aziende hanno dimensioni limitate e devono operare in forma coordinata e congiunta e quindi internazionalizzarsi. Anche la ricerca va attivata:

abbiamo un grosso problema derivante dalla politicizzazione di alcuni settori della ricerca (si pensi alla Fondazione Bruno  Kessler).

E’necessario dare spazio sia alla ricerca che alle singole imprese, a quelle che veramente hanno le qualità, in una prospettiva di merito, competenza e potenzialità.

Patiamo una cultura di sinistra, per la quale dobbiamo arrivare tutti assieme al traguardo. Sono invece dell’idea che tutti dobbiamo inizialmente poter disporre delle stesse possibilità, poi, se un soggetto ha capacità deve poterle sviluppare, questo perché se egli si realizza pienamente nella propria comunità, ciò si tradurrà in un valore non solo per se stesso, ma per tutto il consesso sociale.

Le maggiori qualità di una persona necessitano d’essere espresse:

questo costituirà un valore per tutti.

Senza persone particolarmente dotate, la società non cresce. Quindi i talenti devono potersi esprimere e assurgere a valore condiviso.

Sono amareggiato nel vedere che il nostro territorio non è per nulla valorizzato. Chiunque entri nei centri storici delle nostre città, dei nostri paesi, respira cultura, tradizioni di civiltà. Abbiamo un passato che nessun altro ha.

In Italia abbiamo il 70% del patrimonio artistico e architettonico mondiale e, a fronte di questa storia e di questo passato, oggi non siamo all’altezza dei nostri avi. Noi stiamo depauperando quello che ci è stato trasmesso nel corso di generazioni.

Affiancando alla bellezza ed al valore storico artistico della nostra Nazione la cultura eno-gastronomica che ci differenzia e qualifica, potremmo essere la meta ambita di un turismo consapevole e qualitativo. Non é spiegabile che oggi l’Italia abbia una frequentazione turistica inferiore a Francia e Spagna. E’ il segno evidente di un fallimento, perché il nostro Paese dovrebbe essere il luogo di riferimento di un turismo ricco. Negli anni ’60 le coppie dei giovani ricchi americanieavevano l’Italia quale destinazione per il viaggio di nozze. Oggi non siamo capaci di rendere attraente questo meraviglioso territorio, perché non c’è nulla che funzioni, non ci sono adeguati mezzi di trasporto, infrastrutture, un servizio ricettivo mediamente all’altezza delle proprie funzioni.

Altro ambito di rilievo per la nostra Nazione è il settore manifatturiero, che rappresenta un’eccellenza nel mondo. Ovviamente non certo nella prospettiva di  voler fare la concorrenza, ad esempio, ai Jeans da 15,00 euro il paio, ma puntando su una produzione d’alto livello, con prezzi di vendita da 300 euro in su. Su questi prodotti di qualità e di estro artigianale, noi italiani siamo i migliori. Per questa ragione dobbiamo insistere su queste produzioni, che esaltano e valorizzano il nostro saper fare, unico perché scaturisce da una personalissima capacità.

Che cosa ci può dire sul mondo della scuola?

Io provengo da questo mondo e in questo contesto posso dire che, all’interno della scuola, si sono susseguite una serie di misure assolutamente negative e controproducenti, cominciando dal “tempo scuola”.

Personalmente ho vissuto il tempo della trasformazione scolastica, nel corso della quale si è passati dal maestro unico al modulo con tre o più maestri.

Alle superiori  si è passati dalle 24 ore settimanali alle 30 e poi alle 34 ore. Ciò significa che un ragazzo di 15/16 anni, sta a scuola 6 ore al giorno , sabato compreso; sommate alle 2 o 3 ore di trasferimento scuola-casa e casa-scuola e alle 3 ore di studio richieste dai professori, il ragazzo vive il suo “tempo scuola” per 12 ore giornaliere. Questo non è certo servito per incrementare l’apprendimento degli studenti, ma al solo scopo di garantire livelli occupazionali.

Si è trattato di un primo errore, confermato dalle scarse conoscenze scolastiche che i ragazzi dimostrano quando approdano alle prime classi superiori:

non sanno fare una semplice operazione matematica o confondono Carlo Magno con Alessandro Magno, per non parlare dell’inesistente conoscenza geografica della loro nazione.

Altro elemento che ha caratterizzato la svalutazione dell’Istituzione scolastica è stato sicuramente l’iperprotezionismo da parte dei genitori verso i figli. Siamo passati da una secca bocciatura, ad un respinto, ad un non promosso al non ammesso alla classe successiva, per pervenire all’inserimento dello psicologo nelle scuole.

Lo stesso protezionismo lo troviamo anche nel modo di approcciarsi al lavoro.

Mi rammento che quando frequentavo le superiori, nelle giornate nevose, terminata la scuola, si correva al Municipio per attrezzarsi con una pala e si andava, in gruppi di 7/8 ragazzi, coordinati da un operaio comunale, a pulire i marciapiedi della città.

Durante il periodo delle vacanze estive, si svolgevano lavori stagionali (raccogliere le mele, l’uva, o attività di supporto negli alberghi). Oggi questi lavori sono eseguiti da persone provenienti da altre nazioni. Questo sta a significare che qualcosa è cambiato nella cultura della nostra gente, perché molti genitori dicono:

“… ma no, lo pagano poco”, oppure, “prenderà freddo o l’influenza”. Tutte scuse per una malintesa forma di salvaguardia della propria prole, che finisce per indebolirla psicologicamente.

Nella società globalizzata avremmo bisogno di ragazzi temprati, pronti ad affrontare la vita e invece educhiamo soggetti sempre più deboli.

Accoglienza e immigrazione?

Riguardo a questo argomento spero di essere compreso nel modo giusto. L’accoglienza è insita nella natura delle persone ed in particolare in quella degli italiani e della nostra gente.

Non nascondo però una preoccupazione, allorquando apprendo alcuni dati.

In Trentino il 9% degli abitanti è costituito da stranieri. Se però consideriamo i nuovi nati, questa percentuale raggiunge il 25%.

Per taluni questo è un fatto inevitabile, per altri si tratta di un obbiettivo da raggiungere:

quello della società che si trasforma e diviene multietnica, raggiungendo in fine la perdita di tutte le differenti tradizioni e peculiarità socio-culturali.

Personalmente, per il bene dei miei nipoti e della società futura, desidererei che i modelli culturali, civili e sociali, che per secoli hanno caratterizzato ciascuna società, nella fattispecie la nostra, fossero mantenuti inalterati:

essi traggono fondamento dal pensiero e si manifestano nelle nostre tradizioni e nella prassi di vita, affinata nel tempo.

Se procediamo con questi ritmi demografici, in tre generazioni è possibile che diveniamo minoranza etnica. Qualcuno ne potrà anche essere contento, ma, per quanto mi riguarda questa prospettiva mi crea grande preoccupazione e sconcerto.

Vorrei veder crescere i miei nipoti, in una società costituita dai riferimenti morali e civili che ci sono da sempre appartenuti. Vi è da aggiungere che, con l’arrivo degli stranieri, è sorta una pletora di sfaccendati,  la quale, comunque ha la retribuzione garantita.

Consideriamo le molteplici associazioni, che si occupano dei corsi di danza per detenuti stranieri, per l’assistenza ai minori stranieri o per quelli con problemi psico-fisici, per non parlare della scuola dov’è stata istituita la Commissione di Accoglienza dello straniero, con l’introduzione della figura del mediatore culturale. C’è in fine chi, quasi per assurdo, gradisce e preferisce la presenza degli stranieri, per poter avere l’occasione di creare dell’occupazione fittizia.

Se leggiamo i bilanci di queste cooperative, apprendiamo che il maggior flusso di denaro serve per pagare le retribuzioni dei soci lavoratori. Analizzando bene quanto possano essere utili questi lavori per lo straniero o per il detenuto, ci accorgiamo che è la resa è assolutamente fittizia. Il vero obiettivo è disporre del controllo delle persone, che, alla prima scadenza elettorale, forniranno supporto elettorale ai promotori delle predette “iniziative umanitarie”.

Se non interveniamo sul piano legislativo a frenare questo spreco, non riusciremo a garantire aiuto alle famiglie trentine, che ne hanno bisogno.

L’esempio della suddivisione degli alloggi ITEA può essere illuminante:

oggi disponiamo di due graduatorie separate, ma poi, a seguito la sommatoria di deroghe alla norma, la maggior quota degli alloggi è assegnata agli stranieri.

Nel mio programma ho previsto che siano mantenute due graduatorie rigidamente separate e che, comunque, alla componente stranieri, non possa essere attribuita una quota superiore rispetto alla percentuale relativa alla loro presenza sul territorio (oggi del 9%).

Tra l’altro, non dev’essere dimenticato che il patrimonio edilizio delle case ITEA è stato creato con i sacrifici economici di generazioni d’italiani, che pagavano i contributi GESCAL, con l’obiettivo di aiutare figli e nipoti e non certo gli stranieri.

Che cosa ci può dire della sanità in Trentino?

La sanità è una materia che ho affrontato con novizia e interesse. Il candidato presidente del centro sinistra Ugo Rossi  è l’attuale Assessore alla Sanità trentina e d’essa presenta un quadro di assoluta eccellenza.

Ma non è così:

mediamente ogni trentino spende circa 200 euro in più della media nazionale e come riscontro dell’efficienza della sanità locale, abbiamo la necessità di ricorrere alla mobilità del personale.

Non tutti sanno che se un turista milanese si procura un infortunio sulle nostre piste da sci, facendosi curare presso le nostre strutture sanitarie, la regione Lombardia verserà nelle casse della Provincia le spese di cura sostenute. Altrettanto accade se un trentino va a fare una TAC a Verona:

la Provincia di Trento pagherà la suddetta prestazione alla Regione Veneto. Detto questo, se noi sommiamo le entrate e le uscite per queste prestazioni, abbiamo un saldo negativo di circa 15 milioni di euro all’anno.

Questo non rappresenta forse un indice d’insoddisfazione della popolazione trentina rispetto alla cure sanitarie praticate nella propria provincia?

Le regioni maggiormente interessate da queste uscite sono il Veneto e la Lombardia. Non a caso, queste regioni sono amministrate dal centro destra.

Le persone e la politica

La politica così come oggi la conosciamo, non corrisponde ai modelli di valore sociale, che supporremo le dovessero essere attribuiti. Tanto traggo dalla mia personale esperienza sia a livello Provinciale che nazionale. Però va anche detto che la gente è molto cambiata.

Una volta c’era un patrimonio di valori certo che veniva trasmesso da padre a figlio; insegnamenti semplici: “comportati bene, sii legato alla tua terra, rispetta i genitori, fa bene il tuo lavoro, mantieni la parola data, ecc, ecc..

Messaggi molto semplici, ma diretti ed efficaci, che giungevano uniformi da tutti i contesti sociali in cui si viveva:

dalla famiglia, alla scuola, in chiesa e all’oratorio. Il concetto era chiaro e non dava spazio a fraintendimenti o interpretazioni difformi; se volevi essere considerato nel contesto sociale, dovevi assumere determinati comportamenti etici.

Poi è arrivata la cosiddetta “rivoluzione culturale del ‘68” e tutti questi punti fermi hanno iniziato a vacillare. Si è incominciato a dire che il padre non doveva essere padre, ma un amico, delegittimando una figura che aveva il compito di dare indirizzi di vita, assunzioni di responsabilità e molto altro.

L’insegnante non doveva più essere il docente, ma doveva scendere dalla cattedra, andare in mezzo agli studenti e perdere quel ruolo di guida e riferimento didattico che ne era la caratteristica peculiare.

Nemmeno il sacerdote doveva avere quel ruolo di guida spirituale, che ne faceva il riferimento religioso, ma doveva essere il lavoratore, che andava ad unirsi agli altri lavoratori, parificando la propria valenza.

Queste perdite di riferimento, operate mediante l’infiltrazione di una cultura della parificazione dei ruoli e delle esperienze, operata in tutti gli ambiti del sociale ed in modo particolare nella scuola e nell’informazione, ha prodotto danni significativi. Si sono creati due modelli sociali in netta contrapposizione tra loro:

-          da una parte la società senza legami, atomizzata, livellata;

-          dall’altra la società organica, ricca di legami, con la famiglia il corpo sociale, il Comune, la Patria, la terra dei padri, la memoria di una radice culturale, di una tradizione, della propria dimensione spirituale. In sintesi:

rii valori di una società tradizionale.

L’inserimento del primo modello culturale nel secondo ha indebolito la cellula primordiale e fondamentale della nostra società:

La famiglia.

Quindi, per mera ipotesi teorica e molto ardita, è forse possibile porre a confronto la serenità di una famiglia dove il marito lavora e la moglie è a casa con i figli, con una famiglia dove entrambi i genitori lavorano?

Nella prima, il marito ritorna a casa e trova sicuramente un clima diverso, rispetto a quella dove i due coniugi (spesso per primarie ragioni di necessità economica), sono costretti a lavorare entrambi.

Due genitori che lavorano e tornano a casa stanchi, sovente gravati dalle rispettive problematiche lavorative, dovendo oltretutto ripartirsi gli oneri della quotidiana gestione familiare è evidente che vivano nella premessa della tensione familiare.

A mio parere, la presenza della madre per un bimbo dalla nascita ai 3 anni è indifferibile. Una soluzione per allentare le tensioni in questo importante ambito, che ha un ruolo fondamentale nel funzionamento della società civile e per l’affermazione dei suoi valori primari e fondamentali per la vita di tutti, potrebbe essere fornita dall’ampliamento del tempo di lavoro parziale.

Giorgio Decarli

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